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Nerita Peloronta, la lumachina mannara

3 Gen

Dopo aver strabiliato le genti del mondo con le prodezze dell’alpaca, la patologica idiozia della sula dai piedi azzurri, l’eroico struggimento del narvalo e il ripugnante grugno dell’infernale babirussa, l’acclamata rubrica “Gli animali ti guardano” torna a illuminare le vostre esistenze con una nuova spedizione nei recessi faunistici più oscuri del nostro bel pianeta.
Oggi, con coraggio e autentico spirito dell’avventura, ci occuperemo di una delle creature più infide dei sette mari: la Nerita Peloronta, la lumaca che vorrebbe strapparci gli occhi a morsi e dilaniare le nostre carni.

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Umani, non avete scampo!

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Provo una sincera avversione gastronomica nei confronti dei molluschi del mare. Eʼ una sensazione di schifo puramente legata alla masticazione: quello che mangio deve avere un livello minimo di stabilità molecolare e una polpa compatta, concentrata in un confine ben delimitato e rassicurante. Non cʼè al mondo niente di più spaventoso di unʼostrica, una roba che si deve inghiottire per scivolamento. Ed è proprio la consistenza a mettermi addosso questʼinfinito malessere: si va dal blando mollicciume delle conchiglie liquefatte alle temibili creature che associano mollezza e gommosità, come le lumache dʼacqua salata. Ne ho mangiata una quando avevo dodici anni e me lo ricordo ancora adesso.
Eravamo a Nizza, in uno di quei ristoranti con il vascone pieno di pesci fotonici e lʼarredamento da veliero pirata. Il papà del mio amichetto della spiaggia era un tipo metodico, inghiottiva bottigliate di Fernet Branca a orari poco consoni, ma era un signore davvero risoluto. Dopo aver pescato una lumachina da un mucchio di bestie col guscio, aveva trafitto la polpa scura con un forchetta molto piccola e, con unʼabile rotazione del polso, era riuscito a tirare fuori dalla conchiglia una roba brutta, storta e bagnaticcia. Poi, tutto garrulo, me lʼaveva cacciata in gola. A due decenni di distanza dallʼepisodio, anche se provo un travolgente stupore per qualcosa, mi guardo ben bene dallo spalancare la bocca.

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Chiavi di ricerca festive, vol.10/millemila

27 Dic

Basta col Natale. Siamo grassi, esasperati dai parenti, tutti appiccicati d’uvetta ed esattamente stronzi quanto l’eravamo prima. Anzi, di più, che magari ci siamo sbattuti ad andare a cercare i regalini belli e a noi sono toccate cotenne di maiale e zolle di terra con su un fiocco. Basta con le musichette nei negozi e l’angoscia da pacchetto venuto male, basta coi consigli gastronomici su come riciclare gli avanzi e con le interviste agli anoressici iperattivi che la mattina di Santo Stefano vanno a correre al parco. E i buoni propositi? E vostro padre che vi allontana dalla lavastoviglie perchè solo lui può riempirla, anzi, solo lui SA come riempirla. E lo spauracchio del sottaceto che ruzzola sulla tovaglia della festa, devastandola senza rimedio? E il “ma non buttarla via, quella carta da regalo lì”, indicando una roba che sembra finita sotto a una mandria di zebù inferociti, una carta che neanche il neonato bambin Gesù riuscirebbe a restaurare. Ma perchè. Perchè. I tortelli che si rompono, l’arrosto che si sbriciola quando lo tagli. I bambini che ti prendono in giro se credi ancora ad entità sovrannatural-benefiche che arrivano a portarti i doni.
Basta, non ne posso più. Scappiamo… sacripante! Fuggiamo nel bislacco mondo delle chiavi di ricerca di Tegamini, lasciamoci sollazzare dalla sventatezza altrui e lanciamoci pezzi di panettone. E innoviamo, anche. Innoviamo con l’insiemistica, l’unico argomento della matematica che io abbia mai vagamente compreso.

Che è successo dunque, tra le keywords di Tegamini?
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Chiavi di ricerca, vol.9/millemila

30 Nov

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Navigatori perplessi e confusi, mai veramente approdati allo stadio dell’evoluzione che noi tutti più o meno condividiamo. Navigatori senza bussola e senza tutte le rotelle a posto. Gente assillata da domande che riecheggiano nell’immensità e da problemi capaci di scindere la struttura stessa dell’universo. Gente che quando apre la bocca al bar viene allontanata a male parole e che non sa più dove sfogare la propria sete di conoscenza. Un sentimento nobilissimo, capace di trasformarsi – nelle acclamate chiavi di ricerca di Tegamini – in una improbabile accozzaglia di scemenze e terrificanti scorci su un abisso più nero del nero.
Ma che ve lo dico a fare.
Che cosa ci è toccato sentire questo mese? Qualcuno sarà finalmente riuscito a scalzare RADIOSVEGLIE BLASFEME dal gradino più alto del podio meno ambito del mondo?

Scopriamolo – orsù! – in questo nono capitolo delle sempre più sconfortanti keywords di Tegamini. Che sono pure moltissime, santo cielo.

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PORCO A META

Se è vero che del maiale non si butta via niente, dobbiamo sederci qui a un tavolo dall’aria austera e riconoscere al più gustoso dei suini un’ulteriore qualità. Perchè sarà anche sozzo e debordante, ma il maiale domestico è in grado di raggiungere i 17.71 km/h –  se lanciato su un rettilineo non troppo accidentato e supervisionato ad ogni passo da un paramedico col defibrillatore. Considerando che la massa del maiale non è poi così diversa da quella di molti rugbisti – soprattutto quelli che ruzzolano per il campo quel tanto che basta per arrivare a meritarsi il terzo tempo -, non vedo perchè anche il rapidissimo porcello non dovrebbe poter correre verso la linea di meta, grugnendo sonoramente per intimorire gli avversari.

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SALAMANDRE IN CITTA’

Perchè ormai solo le salamandre più becere sono rimaste a vivere nella natura selvaggia.

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C’È CHI DORME SUGLI ALBERI

Nei paesi scandinavi è molto comune avere una casetta sull’albero. Bambini fortunati, che la sorte ha benedetto con capelli di un biondo abbagliante e un rifugio tra i rami di una pianta. E non per meriti conquistati sul campo, ma solo per essere nati nel posto giusto, un luogo fatato dove non solo c’è il giardino, ma ci sono pure dei parenti che sono capaci di costruire sulla vegetazione.
Spero che ci caschino, da quelle spettacolari casette sull’albero. Maledetti bambini scandinavi.

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TORTURA DELLA SEGA

Autoerotismo con carta vetrata.

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Contest! I vostri Tegamini – Pier e un animale illustre

31 Ott

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Non so perchè, ma ogni volta che finisco di guardare un film triste o anche solo tragicamente brutto, arriva un vostro Tegamino. E va bene, non avrò il campione statistico più significativo al mondo, ma inizio a pensare che l’universo stia in qualche modo cercando di  a) consolarmi per il dispiacere accumulato durante Lanterne rosse – meraviglioso, ma allegro come una carestia in febbraio – o b) risarcirmi per la repulsione e il fastidio provati con Angel di Ozon, pellicola terrificante, che nemmeno il divin Fassbender è stato in grado di risollevare. Va detto che, ad un certo punto, perfino lui decide d’impiccarsi, perchè è uno che capisce subito come far contento il pubblico. Che uomo sensibile. Che grande cuore. Che zigomi ben posizionati.
Ma dimentichiamoci di tutto questo per un attimo, perchè è arrivato il momento di incontrare un nuovo candidato all’ambitissimo Paccozzo del Mistero. Uno che mi ha aspramente rimproverata, tra le altre cose.

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PIER
from Film spot 
ci manda un GATTOTRICE, così dicendo:

Partecipo al contest di Tegamini… O forse anche no. Nel senso che non ti sto per segnalare una cosa che non conosci, ma una cosa che conosci.
Una cosa che apprezzi, lo so. Ma che hai colpevolmente dimenticato di citare sul tuo blog.
Dato che parli di creature fantastiche, ecco una creatura che Borges non aveva previsto: il Gattotrice, ovvero il gatto passato in lavatrice.
Che poi si chiama gatto di Pallas, perchè anche gli zoologi che danno i nomi agli animali ogni tanto si divertono.

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Sul fatto di ammettere o non ammettere Pier alla gara per il Paccozzo, non ho dubbio alcuno: chiunque annoveri un gatto di Pallas tra i suoi motivi di felicità, merita tutti i Paccozzi del Mistero che può aprire in una vita intera.
Ed è vero, Pier mi aveva già informata dell’esistenza di questo grottesco felino delle steppe, ma non so cosa sia successo. Credo che la vita reale mi abbia distolta da quel che è davvero importante e, nella mia personalissima scala di valori, un gatto di Pallas è qualcosa da custodire nel cuore, ma anche da divulgare con dedizione. E succederà, perchè ci meritiamo di saperne di più.
Per il momento, carezze e ringraziamenti a Pier per l’insolito e illuminante Tegamino e una domanda per chi non ha ancora partecipato: che ci mettete voi, nei vostri Tegamini?

Per capire di che diavolo stiamo parlando, il post con le istruzioni per partecipare al contest, perchè vi vorrei fare un regalo. Santi numi, c’è tempo fino a venerdì.

Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero, Manuale di zoologia fantastica

29 Ott

Come il borametz, la mandragora confina col regno animale, perchè grida quando la svellono; questo grido può far impazzire chi lo sente (Romeo e Giulietta, IV, 3). Pitagora la chiamò antropomorfa; l’agronomo latino Lucio Columella, semiuomo; e Alberto Magno potè scrivere che le mandragore figurano l’umanità, con la distinzione dei sessi. Prima, Plinio aveva detto che la mandragora bianca è il maschio e la nera è la femmina. Quelli che la colgono, aveva anche detto, le tracciano intorno tre cerchi con la spada, e guardano a ponente; l’odore delle foglie è così forte da lasciare ammutoliti. Sradicarla, era mettersi a rischio di spaventose calamità; nell’ultimo libro delle sue Antichità Giudaiche, Flavio Giuseppe consiglia di ricorrere a un cane addestrato. Sdradicata la pianta, l’animale muore; ma le foglie servono a usi narcotici, magici ed emollienti.
La presunta forma umana delle mandragore ha suggerito alla superstizione l’idea che crescano al piede dei patiboli.

La mandragora

Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero
Manuale di zoologia fantastica
Einaudi – ET Scrittori

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Non so da dove cominciare, con questo libro, “un’opera, come altre di Borges – scrive Glauco Felici nella prefazione – difficile da collocare all’interno di un genere determinato e concluso: un compendio di nozioni mitologiche, paragonabile a uno scolastico Dizionario delle favole per uso de’ fanciulli; o il dotto divertissement d’un appassionato di creature (e scritture) fantastiche; o, semplicemente, l’ennesima occasione per praticare la letteratura”.
Ma in fondo, che ce ne importa.
Quel che importa davvero è scoprire che l’anfesibena “è serpente con due teste, una al suo luogo e l’altra sulla coda; e con le due può mordere, e corre via con leggerezza, e i suoi occhi brillano come candele”. Ma anche che sia Keplero che Giordano Bruno pensavano ai pianeti come a grandi animali tranquilli, animali sferici dal sangue caldo e dalle abitudini regolari, dotati di ragione. Scopriamo pure che le antilopi dell’alba dei tempi avevano sei zampe invece di quattro e che, grazie a tutte quelle estremità, erano quasi impossibili da raggiungere. Per ripristinare un po’ di giustizia, il dio Tunk-poj decise di mettercisi d’impegno e, dopo aver costruito dei super pattini col legno di un albero sacro che scricchiolava molto, ne catturò una e le mozzò un paio zampe, perchè “gli uomini diventano ogni giorno più piccoli e deboli. Come potrebbero cacciare le antilopi a sei zampe, se io stesso appena ci riesco?”. Impariamo che le arpie sono schifose e pallide di fame, che l’ambra in realtà è la cacca dell’asino a tre zampe e che il Baldanders è un mostro “successivo”, perchè si trasforma continuamente in qualcos’altro. Al nutrito sottoinsieme delle creaturone appartiene il Bahamut, immenso e splendente, che regge il mondo sul suo dorso di pesce. E con discreta fatica, se pensiamo che sopra al pesce c’è un toro, e sopra il toro una montagna di rubino, e sopra la montagna un angelo, e sopra l’angelo sei inferni, e sopra gl’inferni la terra e sopra la terra sette cieli. Il basilisco del Medioevo era un gallo dalle piume gialle, con le ali coperte di spine e la coda di serpente. Quel che rimane costante nei secoli è però lo sguardo che pietrifica – ogni serpente che si rispetti è nato dal sangue di Medusa – e la capacità di rendere deserto e sterile ogni luogo stupido abbastanza da ospitarlo. Il borametz è un ibrido tra il vegetale e l’animale, una pianta con quattro o cinque radici e le fronde ricoperte di lana, è un albero-agnello, che i lupi divorano con grande passione. Il Cerbero ipotizzato da Esiodo aveva cinquanta teste, ma il numero fu ridotto a tre “per maggiore comodità delle arti plastiche”. Una roba che non mi ricordavo è che l’ultima fatica di Ercole consisteva nel cavare il Cerbero dall’Inferno e portarlo in superficie, alla luce del sole. Lucrezio argomentò l’impossibilità dell’esistenza del centauro osservando che un cavallo di tre anni è un cavallo adulto, mentre un bambino di tre anni è solo un “fantolino balbettante”. A mettere insieme due creature con tale disparità di ritmi di sviluppo, il pezzo di sotto del centauro morirebbe circa cinquant’anni prima del pezzo di sopra.

E via così, creatura dopo creatura, ripescando tradizioni mitologiche occidentali e orientali, richiamando testi classici e strampalate testimonianze di viaggiatori.
Insomma, fate un favore alla vostra immaginazione e leggetele questo libro.

Chiavi di ricerca, vol.7/millemila

26 Set

Il mondo vi preoccupa?
Il cosmo sembra disgregarsi sotto i vostri occhi?
Avete deciso di sedervi su uno scoglio ad assistere al gorgogliante declino della civiltà occidentale?
Fate bene.
Perchè a confermare ogni vostro fosco presagio di sventura ci sono le chiavi di ricerca di Tegamini.

Che cosa è successo questo mese?
Quali nuove voragini si sono spalancate sotto i nostri piedi?
Parliamone, senza paura! …o meglio, con un salutare timore.

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Porco di bosco

Perchè non tutto il maiale diventa prosciutto, bello lindo e disteso nelle vaschette del supermercato. In un tempo lontano, quando la terra era scossa da indicibili cataclismi, il porco di bosco regnava su tutti gli animali. Regnava a suon di stridenti grugniti, irsuto e terrificante.

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Come sconfiggere il tarlo

Coi mobili di plastica.

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Nudi alla meta, ma con le unghie smaltate

7 Set

So che è un momento difficile per l’Italia.
I giovani si sconfortano.
I vecchi si sconfortano.
I piacenti uomini brizzolati di mezza età si sconfortano.
Le MILF lampadate si sconfortano.
Perfino le meretrici minorenni mettono il broncio e si ritrovano col mascara pieno di grumi.
Continuando a ruzzolare giù per questa splendida china, poi, potremmo addirittura svegliarci un mattino e leggere sul giornale che Renzo Bossi ha preso un phD in Ingegneria Biomedica, in canottiera bianca e sputazzando per terra. Dico così, tanto per non ricordare che Renzo Bossi ha lo stipendio più alto del mio e del vostro.
Insomma, unghie rachitiche che stridono sulla lavagna… nei secoli.
Ora però non ho tempo di pensarci. Scusate tanto, ma c’è qualcosa di più pressante. Di tutte queste bazzecole ci preoccuperemo in un secondo momento, perchè c’è qualcosa che dovete aiutarmi a comprendere. Subito! Non posso perdere un minuto di più a sperare, un giorno, di andare alla posta a ritirare la pensione, no! Che ce ne importa, in qualche modo si farà.
Ora no, devo dedicare tutte le mie energie e le mie scoppiettanti sinapsi all’esegesi di un video.
In questo video, che il Signore ci fulmini tutti quanti, troviamo un alpaca con le unghie smaltate di rosa.
Anzi, un alpaca nudo e tosato, con le unghie smaltate di rosa.
Un alpaca che risponde al nome di Lacey.
Che gioca con dei gattini.

 

Ci meritiamo ogni male.

La zoologia è trendy

26 Ago

Dopo il pallogatto aerostatico – che non mi è ancora arrivato – e la giocosa gallina – che vuole invecchiare per partecipare a qualche degno brodo, grande evento per tutte le galline che si rispettino -, persevero con gli acquisti eccentricamente zoomorfi.
A mia discolpa, dirò che mi hanno fatto lo sconto. Anzi, c’era il “se ne prendi tre te ne regalo uno”. E poi dai, anche nella vostra cassa toracica batte un cuore di cioccolato e glitter, un cuore bisognoso di appendere ai muri di casa dei giganteschi pavoni col parasole, dei fenicotteri sciantosi, delle giraffe che fanno i palloni con la cicca e delle papere aviatrici.
Ammettiamolo e basta, una buona volta.

Se ve la sentite, tutte le strambe stampe provengono da questo negozio Etsy > uNaturalInspiration

Chiavi di ricerca, vol.6/millemila – Summer Edition

23 Ago

Mentre sei in vacanza, occupatissima a decidere se il mojito di Key West sia, effettivamente, migliore dei mojitos (o mojiti?) del resto del mondo – problema di grande rilevanza, sia dal punto di vista enogastronomico che letterario – insomma, mentre sei in vacanza, l’universo continua nel suo maestoso ruzzolare, malgrado te.
Mentre ti vuoi rilassare, vuoi mangiare al ristorante anche se non te lo puoi permettere e vuoi andartene in giro con le ciabatte di gomma (facendo pure il fastidioso rumore CIAC CIAC CIAC), c’è tutto un mondo che si agita, lì, a dieci centimetri dalle tue ferie. In questo angolo di cosmo, che non vedi ma che c’è, prosperano le chiavi di ricerca estive.

C’è chi è arrivato su Tegamini augurando ogni male al suo prossimo, c’è chi si è interrogato sulle abitudini alimentari del più nobile tra gli animali, c’è chi ha parlato di sopracciglia o di denti e, purtroppo, anche chi brama strani ibridi pornogastronomici – che mi guarderò bene dallo svelare.

Ma cominciamo, con la consueta costernazione.

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PICCIONE SUL CAPPELLO

Meglio che averlo sotto il cappello.
E sicuramente, meglissimo di un cappello di piccione.

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Belati disperati

31 Lug

Da qualche parte, tra Torino e Piacenza:

MADRE – Dì ma oggi, mentre venivamo su, vicino ad Asti o una roba così, ho visto che c’era una capra, una povera capretta legata a un palo in mezzo a un campo, lì da sola. Ma senza nessuno intorno, sotto il sole, con la catena. Ma io non lo so.
TEGAMINI – Eh, ma è chiaro… stava aspettando il tirannosauro.
PADRE – ……………………………………………………… il tirannosauro!

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