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“Immortals”, a sputi fiammeggianti

21 Nov

tié, ti sferzo col fuoco, Dio dall’ingombrante copricapo!

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Va detto che siamo arrivati in ritardo e abbiamo perso per sempre i primi dieci minuti. È successo perchè ci siamo andati a sedere nella sala sbagliata, quella del Re Leone 3D. E niente, ce ne siamo accorti solo quando il sole è sorto sulla savana. Quel cinema ha seri problemi di segnaletica, non ci sono i numeri sulle porte, non c’è uno straccio di foglio di carta appeso, i tizi che ti rifilano gli occhialini indicano la direzione molto vagamente… e che dovevamo pensare, siamo andati dritti dritti da un’altra parte. E in quattro, che se c’eravamo solo io e Amore del Cuore capirai, era tutto normale. Arrivati nel posto giusto, però, il film ci ha accolti bene: un traditore – compaesano di Teseo – siede a gambe divaricate con la schiena appoggiata contro il muro. L’hanno frollato e seviziato ben bene, ha pure la faccia sfigurata da tre sfregi verticali, dalla fronte al mento. Davanti a lui, un energumeno con una struttura cornuta in testa si prepara ad assestargli una martellata nelle palle. Perchè Iperione non gradisce i guerrieri di dubbia moralità e ancor meno gradisce la loro eventuale progenie.

fate luogo, sono la Dea Atena, la mia chioma splende di saggezza!

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Coglioni spiaccicati a parte, Immortals racconta della lotta tra l’eroe Teseo – atletico contadino, figlio di chissà chi – e il malvagio re Iperione – uomo dalla faccia disastrata – intenzionato a liberare i Titani, nemici giurati degli Dei dell’Olimpo. I Titani sono rinchiusi nelle viscere del monte Tartaro, dentro a una gabbia che sembra un po’ un biliardino e un po’ una di quelle lavapiatti cubiche dei bar. Per infrangere le catene che imprigionano i Titani, all’affabile Iperione occorre un arco supersonico, forgiato da Marte e diventato esageratamente leggendario, così leggendario da essere finito non si sa dove. E chi mai potrà ritrovarlo? Il segreto è custodito da quattro gnocche veggenti, sacerdotesse illibate col dono della profezia. O meglio, una sola è il vero oracolo, le altre tre fungono da scudi umani, in un gran turbinio di vesti scarlatte con lo spacco.

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Puffungà, i Puffi in 3D

19 Set

I Puffi sono una di quelle cose dell’infanzia che non smetteranno mai di perseguitarti. Un po’ come il compito in classe degli articoli e delle preposizioni, con la maestra che si aspettava di vedere un cerchiolino rosso intorno agli articoli e un cerchiolino blu intorno alle preposizioni, una roba semplice e lineare, assolutamente diversa dalla pagina piena di tragedia che avevi consegnato tu, zeppa di cerchiolini verde pisello intorno a tutte le piccole parole di due o tre lettere. I Puffi sono anche un po’ come quei ricordi che sono imbarazzanti di riflesso, perchè se stai scavando fossili dalla riva limacciosa dell’Arda e ti rendi conto che un tuo compagno si è fatto la cacca addosso, là in mezzo, con un secchiello pieno di conchiglie del periodo Devoniano in mano, non serve che la cacca sia tua, ti senti tremendamente male lo stesso. E una volta, in seconda elementare, avevo pure scritto “dorata” con l’apostrofo, come se l’universo fosse interamente composto di minuscoli mattoncini fatti con le orate.
Ma insomma, chi se ne importa.
Era per dire che i Puffi sono pericolosi. Ti fanno ricordare un tempo lontano in cui potevi stupidare senza tante preoccupazioni, perchè pomeriggi trascorsi ad ascoltare un cane rosa di nome UAN o un dodo di pezza domiciliato in un albero azzurro non possono che trasformarti in una persona piuttosto ridicola. A mia discolpa dirò che non ero poi così fissata coi Puffi. I cartoni li guardavo quando capitava, ma la sigla mi piaceva moltissimo e la ballavo senza sosta sul tappeto del salotto. L’altra cosa che avevo era il camper Puffi… che non usavo per i Puffi ma per trasportare un fantasmino di tulle che avevo chiamato L’ANIMA DANNATA.

MADRE (flagello dei mondi) – Tata, cos’hai lì nel camioncino dei Puffi?
MINI-TEGAMINI – ….L’ANIMA DANNATA!


Comunque. Visto che mi regalavano il biglietto, la settimana scorsa sono andata all’anteprima dei Puffi. C’eravamo io, Amore del Cuore e un centinaio di bambini sadici. Che i bambini siano sadici un po’ lo sospetti… ma lo scopri con assoluta certezza solo quando nei film iniziano a capitare cose cruente, rigorosamente non funzionali alla trama. Gargamella viene travolto da un autobus? Puffetta conficca le sue scarpine col tacco nelle cornee di Birba? Tontolone inciampa e scivola, provocando una devastante reazione a catena che distrugge mezza Pufflandia? Ecco, bambini in visibilio. Bambini che saltano sulle poltrone, che si spellano le manine d’applausi sbilenchi con un entusiasmo che neanche gli antichi romani al Colosseo. I bambini vogliono vedere fratture esposte, tombini aperti, carriolate di viscere, maledizioni infrangibili, teste mozzate e fiamme di drago, altrochè principesse coi pettirossi in testa.
Ma cerchiamo di capire che cosa succede in questo benedetto film.

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Harry Potter, la mia infanzia è ufficialmente finita

14 Lug

Dove si cercherà di capire perchè la Rowling ci ha voluto far del male proprio alla fine, si faranno tanti complimenti a Neville Longbottom e si eleggerà l’idolo incontrastato dell’intera saga. Il tutto, con l’amara consapevolezza che, d’ora in avanti, dovremo fingere con più impegno di essere adulti responsabili.

Credo di aver capito perchè J. K. Rowling si sia sentita in dovere di far finire I doni della morte con quell’orrido “19 anni dopo” al binario 9 e 3/4. Se quella scena è tremenda da leggere, è ancora peggio da guardare, anzi, è ributtante. Tutte le volte che uno vede  I doni della morte 2 e arriva a “19 anni dopo”, una fata muore, schiacciata da uno scarpone da sci.
L’orrore… disse qualcuno mentre impazziva in una giungla.
Ma parliamone. Visto che la mia vita è un incubo logistico, non sono riuscita ad andare all’anteprima di lunedì – perchè noi VIPS veniamo invitati alle anteprime  – e allora, ieri sono uscita dal lavoro a passo di marcia e mi sono infilata al cinema. A parte i singhiozzi per Snape e i numerosi pop-corn ruminati, sono stata molto posata. Non avevo nessuno con cui parlare e fare arguti commenti a mezza voce, quindi non ho detto BA per un’ora e cinquantacinque minuti… poi non ce l’ho più fatta. Tra “Albus Severus Potter”, la panza di Ron, Hermione che abbottona golfini e lo scempio che hanno fatto di Ginny, me ne sono uscita con un sonoro MA CRISTO SANTO! e ho provato a creare una distorsione spazio-tempo per far finire tutto il prima possibile.
A casa, avevo reagito lanciando il libro contro il muro e augurando elfi domestici in stile Kreacher a tutti quelli che mi volevano male.
Però, ora che è tutto finito, forse capisco.

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Hereafter, mortali sbadigli al grido di “ma anche no”

11 Gen

Clint Eastwood ha strizza di morire, secondo me. Ha proprio una paura blu. La cosa che mi perplime è però un’altra… e mi pare abbastanza lampante. Se in quel gran bel film che era Gran Torino il legittimo e sacrosanto terrore di scivolare nell’oblio era affrontato con dignità e ben poca polvere sul cappello da vecchio cowboy, in Hereafter il cappello scivola ben più in basso… giù, giù, ancora un po’ più giù, fino a coprire il bassoventre, con una mestizia da spezzare il cuore. Che cavolo è capitato in questo esiguo lasso di tempo? Cos’è questo disarmante abbassamento di braghe? Santo cielo.
Purtroppo, Hereafter è un polpettone moscio, di quelli insipidi  e un po’ immotivati. Dice un po’, ma non troppo. Prende posizione, ma con fastidiosa cautela. Vuole metterci di fronte allo spaventoso abisso, ma senza farci avvicinare troppo al ciglio. Insomma, sembra la pavida trasposizione cinematografica del concetto dell’elephant in the room. Elefante morto, per restare in tema.

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Aldo Nove, La vita oscena

16 Nov

Superwoobinda non mi aveva fatto schifo, di più. L’immondezza estrema di Superwoobinda non risiedeva nel fatto di essere un libro senza senso, o scritto male, o privo di un filo conduttore o di un messaggio. Anzi. Superwoobinda è orrendo e fastidioso proprio perchè è anche troppo chiaro e comprensibile e potrebbe parlare di te come del tuo vicino di casa o del pazzo del palazzo, quello che ha sempre un odore strano, che incontri a orari inconsulti che sale furtivo le scale, con una scarpa slacciata e il maglione mezzo fuori dai calzoni. Credo che se il senso di un libro del genere riesce ad arrivare al lettore, sia quasi inevitabile che susciti repulsione. Perchè per fare schifo, fa schifo. Proprio una stomachevolezza di una certa importanza e quando è finito ti trovi a pensare, cavolo, per fortuna era corto. Insomma, interessante e illuminante, ma spiacevole.
Ecco, La vita oscena no.

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