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Nerita Peloronta, la lumachina mannara

3 Gen

Dopo aver strabiliato le genti del mondo con le prodezze dell’alpaca, la patologica idiozia della sula dai piedi azzurri, l’eroico struggimento del narvalo e il ripugnante grugno dell’infernale babirussa, l’acclamata rubrica “Gli animali ti guardano” torna a illuminare le vostre esistenze con una nuova spedizione nei recessi faunistici più oscuri del nostro bel pianeta.
Oggi, con coraggio e autentico spirito dell’avventura, ci occuperemo di una delle creature più infide dei sette mari: la Nerita Peloronta, la lumaca che vorrebbe strapparci gli occhi a morsi e dilaniare le nostre carni.

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Umani, non avete scampo!

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Provo una sincera avversione gastronomica nei confronti dei molluschi del mare. Eʼ una sensazione di schifo puramente legata alla masticazione: quello che mangio deve avere un livello minimo di stabilità molecolare e una polpa compatta, concentrata in un confine ben delimitato e rassicurante. Non cʼè al mondo niente di più spaventoso di unʼostrica, una roba che si deve inghiottire per scivolamento. Ed è proprio la consistenza a mettermi addosso questʼinfinito malessere: si va dal blando mollicciume delle conchiglie liquefatte alle temibili creature che associano mollezza e gommosità, come le lumache dʼacqua salata. Ne ho mangiata una quando avevo dodici anni e me lo ricordo ancora adesso.
Eravamo a Nizza, in uno di quei ristoranti con il vascone pieno di pesci fotonici e lʼarredamento da veliero pirata. Il papà del mio amichetto della spiaggia era un tipo metodico, inghiottiva bottigliate di Fernet Branca a orari poco consoni, ma era un signore davvero risoluto. Dopo aver pescato una lumachina da un mucchio di bestie col guscio, aveva trafitto la polpa scura con un forchetta molto piccola e, con unʼabile rotazione del polso, era riuscito a tirare fuori dalla conchiglia una roba brutta, storta e bagnaticcia. Poi, tutto garrulo, me lʼaveva cacciata in gola. A due decenni di distanza dallʼepisodio, anche se provo un travolgente stupore per qualcosa, mi guardo ben bene dallo spalancare la bocca.

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Nessuno può mettere il babirussa in un angolo

28 Lug

Gli animali ti guardano.
Senza preavviso, senza motivo e sempre e comunque senza senso, torna l’acclamata rubrica di Tegamini dedicata ai più sconvolgenti fenomeni dell’etologia terrestre, perchè ci sono bestie che era meglio se evitavano di esserci… ma visto che ci sono, tanto vale prenderle in giro.

Oggi, ci occuperemo di una creatura che confligge col concetto stesso di realtà, una bestia anacronistica, di quelle che se si rompono non possono essere aggiustate perchè nessuno fabbrica più i pezzi di ricambio. Un animale intrappolato in un’eterna candid-camera, tra strane protuberanze, risate finte e una generale e persistente sensazione di scomodità.
Insomma, il costernato e discretissimo babirussa è tutto questo.
Ma ovviamente, non lo sa.

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Quando i tuoi genitori diventano principesse Disney

7 Lug

TEGAMINI – …ma passami la mamma, che la saluto.
PADRE – Eh, è sul terrazzo.
T – Un luogo notorimente impervio ed irraggiungibile…
P – Ma no, è sul terrazzo che guarda l’upupa!
T – …ah. Ma poi avete capito che uccello era, quello dell’altro giorno?
P – Quello grosso come un piccione, blu, marrone e turchese?
T – Eh.
P – No. Infatti tua madre è molto agitata.
T – Secondo me, è una dendroica cerulea.
P – …che roba?
T – Una dendroica. Cerulea.
P – …
T – Papà?
P – Và và… c’è l’upupa davvero! Era passata anche ieri… e allora sono andato su internet e ho scoperto delle cose.
T – È carina l’upupa.
P – In realtà, la leggenda vuole che l’upupa sia l’uccello del malaugurio. Tradizionalmente è l’uccello del malaugurio. C’è su Wikipedia. E poi, ha una ghiandola che secerne delle sostanze di odore sgradevole, per difendersi.
T – Puzza e porta sfiga, insomma.
P – …si, forse è meglio se dico a tua madre di non darle da mangiare.

I miei genitori si stanno appassionando alla vita bucolica.
Mia madre – flagello dei mondi – si arrampica sulle piante per raccogliere le amarene per la marmellata e fa cataste perfette di legna. Mio padre brama un barbecue sotto il portico e ha scarciato ventisei applicazioni per l’iPhone – tutte uguali – che gli mappano il cielo notturno e, col buio pesto della campagna, si diverte come una Pasqua a vagare declamando i nomi latini delle stelle del firmamento.
Poi uno si chiede perchè sono venuta fuori così.

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Chiavi di ricerca, volume tre (di millemila)

15 Giu

È con gioia inebriante che resuscito la rubrica Chi trova un Tegamini, trova un tesoro, al grido di “cosa mai avrà voluto dire”. Per riprendere un po’ il passo, limitiamoci alle chiavi di ricerca degli ultimi sette giorni, che molte soddisfazioni ci daranno. Come sempre, grazie, sconosciuti navigatori. Grazie, per la vostra infinita inopportunità.

A questo giro si parlerà di concetti impervi alla mente umana, cadaveri, piccioni schifosi, divinità, disperate somiglianze, ipnosi, tubature otturate e della minzione del gabbiano.
Cose sublimi.

Quindi. Che cosa ha cercato la gente per approdare su Tegamini?

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L’amore decolla a dorso d’alpaca

15 Feb

Non tutti sanno che San Valentino fu decapitato. Anzi, decollato, come dicono quelli con un lessico rispettabile. Personalmente, sentir dire che San Valentino fu “decollato” scatena in me una serie di immagini di una blasfemia unica e rarissima. Tipo, San Valentino che vola, con l’ausilio di un’armatura come quella di Iron Man, solo un po’ meno cromata e un po’ più tardo-romana. O San Valentino con quei cappelli-elicottero che solo l’Ispettore Gadget riusciva a far funzionare. Anzi, che solo il cane dell’Ispettore Gadget sapeva far funzionare, visto che quello che mandava avanti la baracca era lui, non di sicuro Penny o quel babbeo di suo zio. Insomma, già non sono predisposta alla fede, figurati poi alla devozione festiva nei confronti di un santo volante a cui è stato accidentalmente appioppato il ruolo di protettore e custode degli innamorati.
Insomma, San Valentino non è che mi intrighi più di tanto. Non mi irrita, ma tendo a fottermene con eleganza. O almeno, così facevo, prima di scoprire un fatto in grado di convertirmi per l’eternità. Perchè le bestie ci salvano dal cinismo. Le bestie vengono in nostro soccorso, trottano, nuotano e strisciano verso di noi, per salvarci da questo gorgo di spocchiosa superbia e allergia da Baci Perugina. Un sapiente segnalatore e paladino dell’amore (viva Matteo) ci fa sapere che agli animali fotografati dal National Geographic San Valentino piace di brutto. È un tripudio di nasi che si toccano, baci, muflonate e smancerie. La cosa susciterebbe in me una sovrana indifferenza, velata da una punta d’incazzatura, se non fosse per l’inaspettata presenza, tra questi romantici rappresentati della fauna terrestre, dell’indiscusso eroe dell’universo: il benamato alpaca.

Poco importa che questa sia una tritissima foto mamma-cucciolo, foto che sicuramente l’esimia rivista naturalistica ha riciclato da qualche altro coccoloso slideshow sulle famiglie animali più tenere del globo, non è questo il punto,  checcefrega, c’è l’alpaca! Qui ci sono degli alpaca che si vogliono un casino di bene. Ed è subito prodigio. Una sensazione liquida e corroborante mi inonda il cuore. Mi pento. Mi dispiaccio. Rimpiango di non aver celebrato San Valentino con devozione e trasporto, di non aver rotto i coglioni al fidanzato perchè mi portasse a cena, a mangiare delle pietanzine di strane forme, impiattate in recipienti dall’aspetto ancor più bizzarro, in mezzo ad altre coppiette con i ragazzi in giacca e le ragazze coi capelli ingessati di lacca dell’Esselunga e un bastardo che va in giro a suonarti il violino nelle orecchie e i cingalesi fiorai che cercano di ficcarti le rose anche negli occhi. Ecco, mi pento, perchè se fossi una brava persona, dovrei fare come l’alpaca, dovrei credere anch’io in San Valentino e vagare per la città con un lucchetto, dei PELUSC con un cuore ricamato sul culo e un cuscino di Lupo Alberto che guarda adorante la sua gallina. Ma per fortuna ho compreso i miei sbagli e ho la possibilità di rimediare. Perchè sbagliavo, a vederla in quel modo. Ero miope e ignorante, ma ora sono salva, perchè l’alpaca sa il vero.
Ed è quindi con convinzione e fervore che vi esorto a convertirvi, perchè l’alpaca sa quel che è meglio per tutti. E dovremmo ascoltarlo.

Addobbi d’alpaca

13 Gen

Dopo il rivoluzionario reportage sulla vita segreta dell’alpaca, fonte di copioso clamore ed entusiasmo, l’acclamata rubrica Gli animali ti guardano si espande per ospitare i gradevoli contributi dei lettori. Perchè il progresso ce lo impone, perchè ci piace l’interattività, perchè l’unione fa la forza e insomma perchè sì, che volete da me.
È quindi al grido di PIMP MY ALPACA! che ringrazio l’adorabile Tazzina di caffè e mi accingo a condividere una preziosa immagine che scioglierà cuori, sbrinerà frigoriferi e contribuirà in modo significativo a consegnare all’alpaca il posto che si merita nel mondo… in cima! In cima non so bene a cosa, ma in cima.
Bene.
Anzi, rullo di tamburi.
Grandi e piccini, l’inarrivabile alpaca di Natale. L’addobbo perfetto, perchè non solo ha le sembianze dell’animale perfetto, ma è anche fatto della lana proveniente dall’animale perfetto. Insomma, un trionfo che neanche il 6 a 0 del Milan all’Inter.

E ora vi dirò cosa dovete fare, perchè ho deciso che posso.
Chi si fosse perso le precedenti puntate dovrebbe senza indugi ridurre la sua ignoranza etologica. Sto parlando certamente del nostro beneamato e lanoso quadrupede andino, ma anche del malinconico narvalo e di quell’idiota della sula dai piedi azzurri. E dopo esservi colmati la mente, potreste anche inventarvi un qualche artefatto o pasticcio iconografico in grado di rivaleggiare con l’alpaca di Natale. È quasi impossibile, me ne rendo conto, ma per chi si sentisse coraggioso e creativo, cosa che consiglio a tutti, a questo indirizzo mail troverete comprensione e accoglienza. Perchè c’è spazio anche per PIMP MY NARVALO! e PIMP MY SCEMA SULA!. Il narvalo poi, ne ha un disperato bisogno, poverone.

Incoraggia un piccione

10 Gen

Hai mangiato la pizza e visto un film e un po’ piove. Mentre torni a casa, con il tuo amore del cuore (ADC) che ti tiene la mano, vedi un piccione accovacciato sul marciapiede.
Che fare. Come comportarsi. Ma soprattutto, che dire.

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1994: La lotta per difendere il proprio piccolo

27 Dic

La rubrica revival definitiva.
I pensierini delle elementari, direttamente dal quaderno (uncensored, con strafalcioni e mega-parole usate a caso).
Perchè non è mai troppo presto per essere surreali.

16 novembre 1994
Riassumo il racconto a pag.116-117 del libro di lettura intitolato “La lotta per difendere il proprio piccolo”

In pieno oceano, sotto il circolo polare, pioveva ininterrottamente da tempo. Era uno di quei giorni di mare lungo, che le balene e le orche odiavano tanto, perchè soffrono di mal di mare.
Una balena ondeggiava lentamente, spossata, tenendo tra le pinne il suo piccolo. Cercava per lui dei mari calmi per insegnargli a nuotare.
A un certo punto apparve un’orca. La balena aveva paura, perchè sapeva di cosa erano capaci le orche. La loro strategia era di infastidire le balene e di morderle sotto la gola per costringerle a emettere un suono, a questo punto si avventavano sulla bocca delle balene e strappavano loro la lingua. Così loro se ne andavano tristi e mute per i mari senza poter più dire nulla.
L’orca era già a poca distanza dalla balena e dal balenottero, quando a un tratto dietro a un’onda si profilò il beluga, il grande delfino bianco.
L’orca si tuffò per cercarsi un nascondiglio, ma il delfino le aveva già tagliato la strada, e con un guizzo rapido la raggiunse e le morse la coda. La lotta fu aspra. Ma dopo poco ritornò la calma: il corpo ferito dell’orca ondeggiava trasportato lontano da un’onda.
La balena ringraziò commossa il beluga che aveva salvato il suo piccolo.
Il beluga raccomandò alla balena di non far prendere freddo al balenottero e la madre rispose che finchè rimaneva stretto a lei non correva rischio di raffreddarsi. Così si separarono e ognuno andò per la sua strada.

La demenziale e tarantiniana sula dai piedi azzurri

21 Dic

Gli arti di innumerevoli creature terminano con piedi o zampe di diverse e fantasiose conformazioni.  Dita prensili, unghie, zoccoli, pinne deambulanti, pollici che si oppongono o che concordano con lo status quo, cuscinetti morbidi e polpastrelli più o meno carnosi portano a zonzo bestie belle e brutte sin dall’alba dei tempi, senza fanfaronate e clamore. O almeno, questo era quanto capitava un bel po’ prima che l’uomo decidesse di attribuire proprietà quasi mistiche ai propri piedi, coltivando con dedizione  una capacità del tutto aliena agli altri abitanti del globo… la capacità di sviluppare una serissima, smodata e duratura tradizione di feticismo per le estremità inferiori dei suoi simili. Bene, a quanto pare, tutto questo può capitare benissimo anche alla sula dai piedi azzurri. Anzi, la sula fa di meglio, la sula vive per vantarsi dei propri piedi.
Parliamone.
In questa nuova – e sempre istruttiva – puntata della rubrica CULT “Gli animali ti guardano”, ci occuperemo di un volatile così completamente immerso nella venerazione della propria variopinta palmipedosità da rivaleggiare – in scioltezza e senza nemmeno sudare, tipo Roger Federer – con esseri umani patologicamente fissati. Dopo l’apologia dell’alpaca e l’accorata inchiesta sul fragile equilibrio emotivo del narvalo, arriva finalmente il turno di un nuovo e paradossale animale: la sula dai piedi azzurri, un infausto incrocio tra Quentin Tarantino – meno il genio – e Forrest Gump – meno poesia e dolcezza. Insomma, quel che resta è un ammasso di penne, tessuti fotonici e demenza assoluta.

nb. l’immagine non è stata in alcun modo alterata con arguti e sofisticati software

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Il sempre frainteso narvalo

21 Nov

Dopo il glorioso debutto in sella al morbido alpaca sputacchione, nell’attesissima seconda puntata della rubrica “Gli animali ti guardano” ci occuperemo – con la consueta perizia e accuratezza etologica – dell’elusivo e voluminoso narvalo… una bestia che, al contrario dell’unicorno, non ha avuto la buona creanza di rimanere entro i confini della mitologia.

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