Nerita Peloronta, la lumachina mannara

3 Gen

Dopo aver strabiliato le genti del mondo con le prodezze dell’alpaca, la patologica idiozia della sula dai piedi azzurri, l’eroico struggimento del narvalo e il ripugnante grugno dell’infernale babirussa, l’acclamata rubrica “Gli animali ti guardano” torna a illuminare le vostre esistenze con una nuova spedizione nei recessi faunistici più oscuri del nostro bel pianeta.
Oggi, con coraggio e autentico spirito dell’avventura, ci occuperemo di una delle creature più infide dei sette mari: la Nerita Peloronta, la lumaca che vorrebbe strapparci gli occhi a morsi e dilaniare le nostre carni.

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Umani, non avete scampo!

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Provo una sincera avversione gastronomica nei confronti dei molluschi del mare. Eʼ una sensazione di schifo puramente legata alla masticazione: quello che mangio deve avere un livello minimo di stabilità molecolare e una polpa compatta, concentrata in un confine ben delimitato e rassicurante. Non cʼè al mondo niente di più spaventoso di unʼostrica, una roba che si deve inghiottire per scivolamento. Ed è proprio la consistenza a mettermi addosso questʼinfinito malessere: si va dal blando mollicciume delle conchiglie liquefatte alle temibili creature che associano mollezza e gommosità, come le lumache dʼacqua salata. Ne ho mangiata una quando avevo dodici anni e me lo ricordo ancora adesso.
Eravamo a Nizza, in uno di quei ristoranti con il vascone pieno di pesci fotonici e lʼarredamento da veliero pirata. Il papà del mio amichetto della spiaggia era un tipo metodico, inghiottiva bottigliate di Fernet Branca a orari poco consoni, ma era un signore davvero risoluto. Dopo aver pescato una lumachina da un mucchio di bestie col guscio, aveva trafitto la polpa scura con un forchetta molto piccola e, con unʼabile rotazione del polso, era riuscito a tirare fuori dalla conchiglia una roba brutta, storta e bagnaticcia. Poi, tutto garrulo, me lʼaveva cacciata in gola. A due decenni di distanza dallʼepisodio, anche se provo un travolgente stupore per qualcosa, mi guardo ben bene dallo spalancare la bocca.

Certo, non funzionerà con tutti quanti gli esseri umani, ma credo che i molluschi siano molli e viscidi per scelta, per difendersi alla meno peggio dai nostri curiosi appetiti. Non cʼè speranza di vittoria in nessun altro modo. Li possiamo acchiappare perchè sono lenti, se non del tutto statici. Li possiamo strappare dai loro involucri con lʼausilio di utensili non troppo sofisticati. Siamo anche capaci di frantumarli, se proprio si sono evoluti in strutture elicoidali particolarmente elaborate. Non emettono suoni in grado di farci scappare e non sono in grado di aggredirci, così come farebbe unʼaragosta con un sano e robusto desiderio di stare al mondo. E che altro rimane ai molluschi che sperano di salvarsi dal bollito misto, a parte la decisione di farci un ribrezzo invincibile?

La prima conchiglia ad arrivare a questa rivoluzionaria conclusione è stata la Nerita Peloronta, caparbia abitatrice delle coste rocciose dellʼAtlantico Occidentale, dove lʼacqua è caldina, brodosa e profonda mezzo metro. La famiglia delle Nerite è variegata e avvincente e, così a occhio, si direbbe che sono tutte quante carine, con quei guscetti a zig zag variopinti e lʼindole pacifica dellʼerbivoro al pascolo. Amano gli scogli infestati dalla vegetazione e stare in compagnia, ritrovandosi a brucare alghe in manipoli compatti e canticchianti, dal Golfo del Messico al Venezuela. A riprova delle loro buone maniere, le Nerite hanno sviluppato un sofisticato e aristocratico rapporto con la luce del giorno: per evitare di surriscaldarsi nel divampare diurno del sole, scelgono di uscire a nutrirsi solo di notte, trascorrendo le giornate al riparo in confortevoli cavità ombreggiate, ricamando e allietandosi vicendevolmente con sonatine al clavicembalo.
E va tutto bene, nel mare cristallino.
Eʼ tutto straordinariamente allegro, sulla roccia delle Nerite.
Gioia, gusci arricciolati e paciosi bagliori dʼarancio e rosso rubino.
Ed è un vero peccato, perchè allʼessere umano le sorprese non sono mai piaciute. Va così da tempo immemore, da quando una tigre dai denti a sciabola particolarmente risoluta decise per la prima volta di entrare nella grotta di qualche malmessa tribù di ominidi addormentati, e non perchè quel giorno fosse il compleanno di qualcuno. Anche quando sono belle, però, le sorprese riescono ad annichilirci. Pensiamo alle centinaia di ragazze innamorate che ogni anno finiscono al pronto soccorso, mezze cianotiche, per aver inavvertitamente inghiottito lʼanello di fidanzamento nascosto da qualche giovane pieno di buone intenzioni in una bella fetta di torta millefoglie.
Va così, le sorprese ci incuriosiscono, ma non riusciremo mai a scacciare dai nostri cuori lʼimperioso istinto di scappare a gambe levate. E la Nerita Peloronta non fa eccezione, anzi, ci offre solidissimi motivi per darci alla macchia in tutta velocità, calzando pure le scarpe da ginnastica coi chiodi da pista: infatti, lʼacuminata astuzia di queste ingannevoli conchiglie risplende ineguagliata tra le increspature del mare.

Perchè la Nerita ha i denti.

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Mamma mia. L’inferno esiste.

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Non si vedono subito, stanno sotto, allʼimboccatura del cunicolo arricciolato che ospita la bestia. Tutte le conchiglie sono un poʼ zigrinate, làggiù, ma la Nerita è lʼunica in tutta lʼidrosfera ad essersi evoluta per somigliare a una bocca sfondata a pugni. Conosciuta anche col nome di Bleeding Tooth, la Nerita si arrocca dietro lʼinespugnabile ingresso di casa sua, una piccola bocca scarlatta – rossa come una gengiva in preda allʼemorragia – e punteggiata, a intervalli sghembi, da tre-quattro bianchissimi dentini quadrati. Millenni di faticose migliorie morfologiche e sapienti invenzioni della natura per arrivare a produrre un ghigno malevolo, capace di terrorizzare anche il più coraggioso degli esploratori.
Cʼè da dire che lo scopo di tutto questo orrore non è ancora stato del tutto chiarito. La scienza si sta interrogando sullʼeffettiva funzione pratica della bocca dentata della Nerita. Perchè le conchiglie non masticano, non azzannano e nemmeno hanno bisogno di uncinarsi alla roccia. Messa lì apposta per atterrirci, la fila di denti posticci della Nerita Peloronta è, però, un efficace deterrente, un lampante esempio dellʼantichissima strategia dello spaventapasseri. Disseminate sugli scogli come gustosi chicchi di grano, le infide lumachine nulla possono contro predatori volanti e natanti, sub con la mania di afferrare la fauna del mare e collezionisti di soprammobili variopinti. Dotarsi di una bocca mannara diventa dunque lʼunico bagliore di speranza per sconfiggere ogni tipo dʼavversario, perchè chiunque sia abbastanza incauto da raccogliere una Nerita, prima o poi dovrà capovolgerla. Il gabbiano ghiottone dovrà mangiare il mollusco, pescandolo dalla terrificante apertura. Il sub ficcanaso giochicchierà con la conchiglia, molestandola ben bene da ogni angolazione. E lʼinterior designer di ville sulla spiaggia dovrà ben svuotare le lumache, prima di metterle in bella mostra su qualche inutile tavolino. Niente di tutto ciò accadrà, una volta posato lo sguardo sullʼimmondo sorriso della Nerita.
E funziona a meraviglia.
Fateci caso, nessuna grassa Bleeding Tooth vi è mai finita nel piatto delle crudité. E anche se ci fosse, nemmeno il papà del mio amichetto della spiaggia oserebbe frugarci dentro: perchè non si pasticcia con uno zombie col guscio.

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3 Risposte to “Nerita Peloronta, la lumachina mannara”

  1. stealthisnick 3 gennaio 2012 a 18:47 #

    pieroangela ti fa una sega
    e pure albertoangela visto che ci siamo

  2. Zoe 15 agosto 2013 a 07:28 #

    This amazing post, “Nerita Peloronta, la lumachina mannara | Tegamini.
    ” reveals the fact that u truly understand just what you r writing about!
    I really fully agree with your post. Thanks a lot -Merissa

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