Che diavolo è capitato ai Minipony

5 Dic

Allora, al professore avevo proposto due argomenti. Uno era da personcina posata – e non me lo ricordo, purtroppo -, l’altro era un trattato sul collezionismo transgenerazionale di giocattoli coi Minipony come caso di studio. Una roba di immane solidità. Giustamente esasperato da stuoli di miei serissimi coetanei che arrivavano lì con scalette d’immane dettaglio sul più tetro periodo dell’espressionismo tedesco, il buon docente mi ordinò di fare “quella coi giocattoli” e poche balle. Fu così che, al secondo anno di specialistica nell’università che continua ad avere Mario Monti come presidente – uno che fa piangere le donne con la sua mera presenza -, conquistai uno strambo trenta e lode parlando di cavallini colorati. E pure l’unico del corso, mica pan di stelle e miniciccioli. A pagina due, sotto l’indice, avevo piazzato un intricatissimo fregio fatto di Minipony che si rincorrevano festanti, tanto per mettere subito le cose in chiaro.
Più o meno contemporaneamente, MADRE aveva rinvenuto in cantina uno scatolone di Minipony che credevo perduti per sempre. Tutti quelli della mia infanzia. C’erano i primi degli anni Ottanta, quelli bombatissimi, che sembravano un po’ delle teiere, i Pegasi, con le ali e il cornino, quelli mignon, che avevano più capelli che massa corporea, quelli con il terrazzino sulla chiappa, una specie di conchiglia dove poteva comodamente alloggiare un altro amico animale – il mio aveva un’ape gialla – e via così. È che lo scatolone era finito nel pezzo di cantina che s’era allagata un dieci anni prima e tutti i Minipony erano lerci da far spavento, mezzi radioattivi.
Finì che c’ero io che scrivevo la tesina, con MADRE nella stanza di fianco che metteva a bagno cavalli vintage in tinozze d’Amuchina. E li pettinavamo a turno, col balsamo e le spazzoline apposta. Perchè ogni Minipony ha la sua spazzolina. E non vi dico a farli sgocciolare, perchè il Minipony è cavo, dentro. L’unico posto da dove l’acqua può defluire è il culo del ronzino, quindi creammo una struttura apposita che tenesse dritti i cavallini e li lasciammo lì, mezzi seduti sul bordo della vasca da bagno, col sedere che zampillava acqua.
Pochi mesi dopo, mi perquisirono con grande sospetto al JFK perchè andavo in giro con un gigantesco Pinkie Pie di pezza sotto il braccio. E dove dovevo metterlo, nella valigia, come un criminale? Giammai! Urlando a tutti che il Minipony era con me e che nessuno gli avrebbe messo le mani addosso, m’imbarcai sull’aereo più triste del mondo. Visto che sono fortunata, Pinkie Pie usufruì del sedile vuoto di fianco al mio, con tanto di cintura di sicurezza e copertina. Le hostess mi guardavano con quella gentilezza titubante che si tiene da parte per gli scemi del villaggio, che non si sa mai, bisogna essere cauti, metti che diventano aggressivi.

Insomma, la mia storia romantica coi Minipony è lunga e appassionata. Non ne avevo tantissimi – perchè MADRE era in qualche modo riuscita a farmi credere che i giocattoli costassero come le automobili -, ma quelli che avevo erano spettacolari. Mi avevano anche regalato la STALLETTA, ad un certo punto. Più che a una stalla, quell’affare somigliava a una pasticceria, ma mi faceva immensamente felice. Perchè c’è tutta una magia, nel mondo fatato dei Minipony… e non aveva niente a che vedere coi cartoni animati, che erano cretinissimi, ma proprio coi cavallini in quanto oggetti adorabili, d’infinite forme e colori. Erano proporzionati, allegri, teneramente tozzi… e non facevano un bel niente. Stavano lì, ad aspettare che qualcuno li facesse galoppare. Ce n’erano un paio con le ali che si potevano far frullare, va bene, e c’erano un casino di mezzi di trasporto per Pony – lo scooter, il carretto, la bici con rimorchio… che mi chiedo adesso se fosse un modello di biga, almeno a livello concettuale -, ma i cavallini erano semplici. Cavallini semplici per immaginazioni complesse.

E sarò una vecchia rincoglionita, piena di pregiudizi e devastata da reumatismi invalidanti, ma non venitemi a dire che questo abominio è un Minipony.

Dunque, Princess Celestia fa tutto e ha tutto. Sbatte le ali – non sono neanche delle ali, sono dei paracadute cangianti color coda-di-sirena -, parla, ha la corona, la pettorina e la criniera di sei colori – che tocca terra -, è alto tipo trenta centimetri, ha le gambe ricamate e un corno glitterato. Probabilmente se gli si ficca uno spinotto su per il naso si mette anche a lampeggiare. Avrà degli scomparti segreti sotto agli zoccoli. Gli si potrà dare da mangiare della roba, che uscirà dall’altra parte in palline d’oro a forma di cuore, cuori d’oro che levitano. Brilla al buio, di sicuro. Avrà bestie e codini per adornare il già pesantissimo crine. E poi? Che altro vogliamo aggiungere? Ma mettiamogli pure un DolceForno nel cranio, facciamogli sparare dei laser dalle pupille.

L’orrore.
Non è un Minipony, è una passeggiatrice super-accessoriata.

Il mio cuore è spezzatissimo.
Ecco, adesso mi sono agitata.

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5 Risposte to “Che diavolo è capitato ai Minipony”

  1. ilaria 5 dicembre 2011 a 18:44 #

    Princess Celestia è urenda! ahhhh i minipony….io li adoravo ne avevo solo due mini mini ma assolutamente adorati, quelli con le alucce e i tamarrissimi cartoni? “voooola mio mni pony….”che delizia! nel mio cuore forever insieme a david gnomo.

    • plexyglassprincess 5 dicembre 2011 a 19:12 #

      David Gnomo era il mio personalissimo McGuyver prima di McGuyver. E il pantheon va per forza completato con la piccola bianca Seabert. Andava anche nella savana, con la piscinetta con le ruote.

      • Piervi23 5 dicembre 2011 a 20:30 #

        Il lavoro di Guerzoni sui minipony rimane nella storia della Bocconi. 😀

      • plexyglassprincess 5 dicembre 2011 a 20:49 #

        Hanno creato una pagina nera apposta per me 🙂

  2. Piervi23 11 dicembre 2011 a 22:55 #

    Macchè pagina nera! Il 30 e lode più meritato della storia! Dovevano mettere una targa… A forma di minipony ovviamente! 😀

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