Nessuno può mettere il babirussa in un angolo

28 Lug

Gli animali ti guardano.
Senza preavviso, senza motivo e sempre e comunque senza senso, torna l’acclamata rubrica di Tegamini dedicata ai più sconvolgenti fenomeni dell’etologia terrestre, perchè ci sono bestie che era meglio se evitavano di esserci… ma visto che ci sono, tanto vale prenderle in giro.

Oggi, ci occuperemo di una creatura che confligge col concetto stesso di realtà, una bestia anacronistica, di quelle che se si rompono non possono essere aggiustate perchè nessuno fabbrica più i pezzi di ricambio. Un animale intrappolato in un’eterna candid-camera, tra strane protuberanze, risate finte e una generale e persistente sensazione di scomodità.
Insomma, il costernato e discretissimo babirussa è tutto questo.
Ma ovviamente, non lo sa.

Il primo a schernire il babirussa fu l’illustre Linneo.
I temerari esploratori delle tre isole della Sonda – le conosciutissime Celebes, Buru e Togia, come tutti ben sanno – tornarono dal loro viaggio molto costernati. Avevano visto un essere strano e non ci stavano capendo niente. Rosi dal dubbio e senza nemmeno disfare i bagagli, si recarono tosto dal re di tutte le classificazioni e gli fornirono una descrizione di questo tipo, più o meno: “O Linneo. Si camminava nella boscaglia, così, tanto per fare. Ad un certo punto, in mezzo a una radura, qualcuno vide un animale dalla pelle uguale uguale a quella dell’elefante. Mangiava delle radici e ci rivolgeva il sedere, senza molto riguardo. Quando si girò un po’, decidemmo che era più simile a un maiale, ma c’era qualcosa che non ci convinceva, perchè aveva le zampe un po’ troppo slanciate, un po’ da cervo e un po’ da cinghiale. Si decise di andargli ancora più vicino e da lì, ci si accorse finalmente che aveva il grugno pieno di zanne arricciolate, zanne immonde, così ricurve e minacciose da farci temere per la sua stessa incolumità. Poteva cavarsi un occhio da solo, povero infelice. Linneo, non sappiamo bene che dire. Quel che è certo, è che era brutto, tutto scompagnato, come un puzzle coi pezzi che non s’incastrano”.
Linneo ascoltò con attenzione i coraggiosi esploratori, prese pure qualche appunto. E alla fine cosa fece? Decise di battezzare la più grottesca delle bestie, un cervo-maiale che passa la vita a tentare d’accecarsi coi propri denti, con un nome da scatenata spogliarellista siberiana: babyrousa babyrussa.
E voi, che pensavate che caretta caretta fosse una scemenza.
Comunque.

Offesi a morte con l’intera comunità scientifica e pieni di vergogna per l’abissale discrepanza tra il loro diabolico aspetto e qualsiasi parola che cominci con baby, i babirussa decisero di ritirarsi nel più austero degli isolamenti, diventando animali notturni-crepuscolari e scegliendo di muoversi in piccoli gruppi invece che in grandi branchi. Una decisione all’insegna del decoro, della sobrietà e della modestia. Se non fosse perchè somigliano a qualche tipo di porco che Satana si porterebbe al guinzaglio – tra fragorosi peti e agghiaccianti risate -, sono certa che il cristianesimo avrebbe fatto del babirussa un modello di morale e moderazione, un esempio da Vangelo, con affreschi, storie edificanti e compagnia bella.
E invece no.
Come anche Santa Lucia noterebbe, i canini superiori del babirussa crescono alla rovescia. Si credono stalagmiti invece che stalattiti:  spuntano dal basso all’alto, bucano il palato e riemergono in mezzo al muso, dove intralciano, sgomentano e non servono a niente e a nessuno. Ma sul serio. Troppo fragili per scavare, troppo scomodi per essere usati come arma di difesa, i gli arriciolati canini-corno del babirussa piacciono solo agli indigeni, che li sradicano dai grugni a scopo decorativo e amano ricamarci su leggende improbabili – gli antichi malesi sostenevano che i babirussa si appendessero agli alberi coi denti e dormissero così, ciondolando dai rami.
Antico indigeno malese, ma ce la fai?

Ma il babirussa non è solo un orrendo maialone pieno di invadenti escrescenze ossee che ha scelto di nascondersi nel folto del bosco come Quasimodo nel suo campanile, no, il babirussa è capace di fare delle cose. E pure piuttosto bene. Oltre ad essere un animale integerrimo, il babirussa è un eccellente trituratore di durissime noci e un campione di nuoto. Questa dote, che la maggior parte dei suini normali utilizza per mantenersi a galla in recinti colmi di sterco sciabordante, viene utilizzata dal babirussa per attraversare anche lunghi tratti di mare e visitare le spiagge di questa o quell’altra isoletta, come un ricco con lo yacht. In questo regime di relax e sciallo, il babirussa vive pacioso per una media di dodici anni, mettendo al mondo di tanto in tanto uno o due piccoli per volta. Nell’eventualità di parti gemellari, i porcellini nascono invariabilmente dello stesso sesso. A quanto si dice, la femmina di babirussa trova concettualmente impervie le differenziazioni. Già che ne fa due, li fa uguali, così non sbaglia.
Visto che si parla di riproduzione, dirò che la femmina del babirussa ha due mammelle, non una di più. Pensateci. Due mammelle e basta, proprio come la vostra fidanzata, o come la lontana pornodiva siberiana così semanticamente affine al babirussa.

Di tutti i maiali selvatici, il babirussa è il più antico e preistorico. E anche quello che ha meno voglia di fare il fenomeno da baraccone.
Cento punti per lui.
Quasi del tutto assente nei giardini zoologici del mondo e, di sicuro, ben lontano dalla dorata ribalta della colonnina destra di Repubblica.it, sempre piena di scimpanzè che allattano cuccioli di tigre, commoventi leoni paralitici e irresistibili bradipi neonati che sbadigliano, il babirussa mal sopporta la cattività. Neanche ce lo vogliono in cattività, ma se gli chiedessero di farsi ammirare dal pubblico, lui declinerebbe con forza, gentilmente, ma con molta decisione. Perchè il babirussa, al contrario di moltitudini di scriteriati esseri umani, sa benissimo di non essere un bello spettacolo… e decide di non infliggere la propria spigolosa sgradevolezza alle genti del mondo.
Sarà pure un brutto maiale, afflitto da millenarie scomodità ossee, ma è un brutto maiale sensibile, che non si fa mettere in un angolo da nessuno. Anzi, il babyrousa si è scelto il suo angolo, laggiù nelle remote isolette della Sonda, chi le trova è bravo, e voi non siete proprio invitati.
E vale anche per il fantasma di Patrick Swayze.

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3 Risposte to “Nessuno può mettere il babirussa in un angolo”

  1. Carlo 4 marzo 2012 a 11:38 #

    Fantastico eccelso sublime. Sia lo scritto sia il babirussa. Ora mi leggo altri articoli del blog. Se tutti scrivessero come te l’Italia sarebbe un posto migliore. O forse no. Viva l’analfabetismo orgoglio italico!

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  1. Nerita Peloronta, la lumachina mannara « Tegamini. - 3 gennaio 2012

    […] la patologica idiozia della sula dai piedi azzurri, l’eroico struggimento del narvalo e il ripugnante grugno dell’infernale babirussa, l’acclamata rubrica “Gli animali ti guardano” torna a illuminare le vostre […]

  2. Tegamini » Nerita Peloronta, la lumachina mannara - 17 gennaio 2012

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