L’alano

13 Giu

Per quel che ne so, potrebbe essere successo davvero.

C’era una ragazza in vacanza studio in Inghilterra.
Visto che voleva far finta di essere partita per imparare la lingua, non aveva scelto il college, ma era andata in famiglia, in casa di quella tipologia di persone ospitali che ti conoscono da mezz’ora ma già ti obbligano a chiamarli mamma e papà e hanno il soggiorno pieno di foto degli studenti delle estati prima, con le cornici lucide e i centrini sotto.  La ragazza era finita proprio da una di queste coppie di marzapane, in una casa alta e stretta, incastrata in mezzo a delle altre case alte e strette, con un micro-giardinetto davanti e il cancello di legno mezzo scrostato e un po’ cigolante che si apre diretto sul marciapiede di una via tranquilla. Alla ragazza avevano dato la camera all’ultimo piano, sotto il tetto, una stanza che faceva simpatia e coccole, anche se era più piccola di qualsiasi cesso del mondo occidentale. Tutta la casa era un po’ così, con tantissime seggiole scompagnate, vasetti di ceramica pieni di carte di caramelle e quadri fitti fitti, come una seconda tappezzeria.
Strano ma vero, in questo regno del soprammobile si aggirava un alano.
L’alano Winston.
Una poderosa bestia alta un metro e mezzo, con delle zampe grandi come il cranio di uno scolaretto delle elementari.

Winston era l’orgoglio dei coniugi di marzapane. Era il loro bambinone. In quella casa non era l’alano a mangiare gli avanzi della tavola, erano i padroni che mangiavano gli scarti dell’alano. Gli sferruzzavano coperte. Conversavano con lui. Lo riempivano di complimenti. La cosa era abbastanza ridicola, ma quel cane era così di buon carattere che alla fine ti veniva da augurargli tutta la felicità del mondo. Che ne so, distese di roast-beef, alberi di ossa masticabili. A volergli così bene non si sbagliava, Winston era sul serio un bravo cane: non saltava sul letto, non rosicchiava le gambe dei tavoli, non tirava quando lo portavano in giro al guinzaglio, non correva per le stanze, non sbavava i cuscini, non aggrediva il postino e tentava di montare solo bestie di dimensioni vagamente paragonabili alle sue. Era amichevole, educatissimo e obbediente e in dieci anni che era al mondo nessuno l’aveva mai neanche sentito scoreggiare.

Insomma, questo era il quadro.

In pochi giorni, la ragazza e l’alano erano diventati amici per la pelle. Lei se lo portava a spasso con fierezza e i coniugi di marzapane erano così contenti di vederli tanto affiatati che avevano dato la loro benedizione per una serie di giocose incursioni pomeridiane al parco lì vicino, incursioni che consistevano quasi sempre in un’intensa sessione di lancia e riporta. La ragazza si piazzava a gambe larghe in mezzo all’erba e con tutta la forza che aveva tirava al cane un enorme osso di plastica, un arnese grottesco, che pesava più o meno come una palla medica. Winston faceva tre passi e glielo riportava con deferenza, senza farle mai notare che gli sarebbe piaciuto parecchio dover correre un po‘ più lontano.

Una mattina, dopo un paio di settimane di allegra convivenza, i coniugi di marzapane avevano improvvisamente telefonato alla ragazza, nel bel mezzo della sua lezione d’inglese. Dovevano andare via subito, perchè la madre di uno dei due era stata male e aveva bisogno di immediato soccorso. Stavano partendo per il Dorset o per qualche altra lugubre contea e speravano di essere di ritorno in un paio di giorni. Winston sarebbe rimasto a casa, perchè era troppo complicato da portare in giro per ospedali e pregavano la ragazza di accudirlo mentre erano lontani, sul tavolo c’erano i soldi e le avevano anche lasciato un budino al cioccolato in frigo.
La ragazza era dispiaciuta per la suocera di marzapane, ma non era il tipo di persona che si perde d’animo.
Tornò a casa, portò a spasso il cane, si cucinò la cena e ne diede tre quarti a Winston. Dopo la pisciatina serale, mise il cane a nanna nel suo cantuccio imbottito vicino alla porta sul retro e se ne andò a letto, con in mano una tazza fumante di tisana, un beverone giallo croco che sapeva di erba vecchia.

La mattina dopo, quando la ragazza scese per colazione, l’alano era morto.
Mortissimo, secco, senza rimedio e senza speranza.
Winston giaceva nel suo cesto, una cosa delle dimensioni di un canotto, un’infrastruttura, e non si muoveva più.
Il torace non si alzava, non si abbassava e nemmeno oscillava di lato.
Con un occhio sbarrato, la coda rigida e una zampa bloccata in uno spasmo che spezzava il cuore, Winston sembrava un segugio da punta stroncato da un cocktail di micidiali sostanze anabolizzanti.
Senza un motivo e senza un lamento, Winston aveva inequivocabilmente tirato le cuoia durante la notte. Pam, così.
La ragazza si sentì male. E poi si sentì peggio.
Era atterrita da quel cadavere di cane che sei ore prima era un cane regolamentare, un cane felice e ben nutrito e spazzolato e normale come tutti gli altri cani vivi del mondo. E si sentiva pure in una colpa nera, neanche l’avesse ammazzato lei a mani nude dopo sedici ore di sevizie medioevali.
Ma perchè. E che penseranno i marzapane? Come si fa a credere a una cosa del genere? Il loro cane, era come loro figlio… diranno che sono impazzita e l’ho ucciso in un raptus, e poi davvero, ma perchè è morto, cos’ho fatto, ma in che mondo infame e scemo un cane crepa così, a caso, anzi, che a caso, nel peggiore dei momenti possibili è crepato, Winston, Winston, rispondi, forza, rispondi!
Ma più lo scuoteva, più diventava chiaro che Winston non avrebbe mai più respirato.
Anzi, più lo scuoteva, meno l’aria della stanza diventava respirabile per lei.
Insomma, in camicia da notte, tramortita dalla sorpresa, ottenebrata dalla preoccupazione e dall’insensata convinzione di essere la causa prima della dipartita dell’alano, la ragazza si accasciò contro il muro. Che cosa poteva fare, oltre a fissarlo intensamente, nella speranza che il suo sguardo salvifico lo resuscitasse?  La verità è che non poteva fare un bel niente. Non era mica Gesù. Era una che aveva appena ucciso un cane che le avevano affidato. Era una persona orribile che meritava di contorcersi tra le fiamme.

Tra un singhiozzo e l’altro, la ragazza si attaccò al telefono. Cercò di chiamare i coniugi di marzapane, ma non rispondevano. Ci provò e riprovò, ma i cellulari erano staccati, o spenti, e pensò che era perchè negli ospedali se li lasciano accesi finisce che incasinano i macchinini per tenere viva la gente in coma o magari erano morti anche i coniugi di marzapane e il cane l’aveva percepito, un po’ come succede ai gemelli quando uno dei due si fa male a distanza, ed era un cane così devoto che aveva scelto di abbandonare questa valle di lacrime e seguire i padroni nell’oltretomba.
Poi, forse perchè dalla disperazione le era venuta voglia di bere una birra o di ingurgitare un vaso intero di olive in salamoia, si ricordò di un post-it sul frigo. E in effetti c’era, col numero del veterinario. Lo spiccicò da quel casino di magneti, foglietti, cartoline gialle e minchiatine e si riattaccò al telefono.
Il veterinario rispose dopo tre squilli. In un inglese protozoico, la ragazza gli spiegò che il cane dei coniugi di marzapane era stato colpito da un letale coccolone notturno e che lei non sapeva cosa fare, era lì in casa con questa bestia defunta e i padroni non c’erano e aveva bisogno di immediato e tempestivo soccorso, insomma, che la aiutassero subito o sarebbe finita in prigione.
Il veterinario probabilmente non aveva presente Winston o era un veterinario stagista, perchè disse alla ragazza di avvolgere il cane dentro qualcosa e di portarglielo subito in studio.
La ragazza si mise a urlare nella cornetta che il DOG non era uno SMALL DOG, ma era un ALAN!, che non aveva idea di dove mettere quell’ALAN! e che non aveva una macchina e che senza un veicolo quell’ALAN! mastodontico era intrasportabile e che non sapeva dove andare con quell’ALAN! in una città straniera e sconosciuta, ma il veterinario le fece le condoglianze per la scomparsa del suo amatissimo Alan e le attaccò adagio il telefono, con molto tatto.
La ragazza cristonò forte e chiaro, poi si scusò con Winston e gli disse che era molto dispiaciuta per quel che stava succedendo, lo accarezzò in mezzo alle orecchie, gli chiese perdono e gli promise solennemente che sarebbero arrivati dal suo dottore, che magari lui poteva guarirlo. Insomma, le balle standard che si raccontano ai bambini nel lasso di tempo che intercorre tra la dipartita del loro porcellino d’India e il ritorno a casa del papà col porcellino sostitutivo.

Si scoprì che lo studio del veterinario era a un migliaio di fermate di metropolitana dalla casa di marzapane. Dopo una breve ma intensa riflessione, la ragazza – che aveva molto senso pratico – prese la sua valigia ermetica con capienza da giovane donna che sta via tre settimane e la trascinò giù per le scale con un gran rimbombo.
Già da vuota, quella valigia era pesante come un menhir.
Dopo un’ora e mezza di fatiche difficili da descrivere e ancor meno da tollerare, la ragazza era per strada, sudata come un cavatore di pietre, pallida e del tutto stravolta dallo sforzo di trascinare quel trolley pieno zeppo di un alano morto fino alla fermata della metro.
Era certa che quel viaggio sarebbe costato la vita anche a lei, ma per fortuna, c’era l’ascensore. In qualche modo arrivò di sotto, passò per la corsia della gente in carrozzina e riuscì a issare lei e la buonanima di Winston sul vagone. Si accasciò tra un palo e un sedile, sopraffatta da una nera disperazione. Teneva la valigia così stretta che le mani le erano diventate trasparenti e sembravano polpi degli abissi, ma ripieni di ossa.

Il viaggio fu abbastanza lungo e tormentato.

La ragazza si sporgeva a destra e a sinistra per controllare i cartelli coi nomi delle stazioni, si sentiva in mezzo ai coglioni, era convinta che tutti la guardassero con la maligna curiosità di una portinaia e temeva che la valigia si sarebbe improvvisamente messa a puzzare.
O peggio.
Poteva aprirsi.
Perchè era improbabile, ma poteva capitare. Lei all’improbabile si era messa a credere proprio quel giorno.
Per esempio, se una zampa di Winston, irrigidita da un fulmineo attacco di rigor mortis, si fosse distesa di scatto, sarebbe stato un po’ come prendere a calcioni la valigia dal di dentro. E si sarebbe aperta. Un calcione d’alano l’avrebbe aperta… e allora ci sarebbe stato cane morto da tutte le parti, gente in piedi sui sedili, urla, ingiurie e mamme che abbracciano bambini traumatizzati per sempre.

La ragazza pensò che quella giornata stava diventando sempre più intollerabile.

Man mano che il treno avanzava, poi, la ragazza si convinceva di aver sbagliato strada, o di avere un’aria sospetta, o di poter svenire da un momento all’altro, lasciando Winston alla mercè di sconosciuti, che non avrebbero ben compreso la situazione.
Stazione dopo stazione, poi, la ragazza era giunta alla conclusione di essere una fuorilegge. Una criminale da rinchiudere. Anche perchè, pensava, un paese che non punisce gente che porta dei cadaveri in metropolitana non può essere un paese civile, dove si tirano su dei figli, si costruiscono aquiloni e si va a dar da mangiare alle oche del laghetto, ci sono cose che una società progredita non può permettere, che se fosse stato per lei avrebbe sterminato col lanciafiamme tutti i bastardi che portavano cadaveri in giro, che non si può andare avanti così o che ne sarà delle nuove generazioni, il nostro futuro, i bimbi che dobbiamo crescere affinchè siano migliori di noi, migliori di tutti noi.

Quando il treno arrivò alla fermata giusta, la ragazza era quasi folle, oltre che favorevole all’istituzione di uno stato di polizia.

La stazione era piccolina e un po’ vecchia, c’erano in giro degli operai con l’elmetto che scrostavano l’intonaco e armeggiavano con dei tubi arancioni. La ragazza fece del suo meglio per seguire gli altri passeggeri ma, con Winston da spostare, andava lenta. Li vide tutti sparire dietro un angolo, in un gran rumore di tacchi, di scarpa da ginnastica su campi da pallavolo e borse sballonzolanti. Si sentiva sola. Sola e disperata. Un cactus, era.
Ci mise il tempo che ci voleva, ma arrivò anche lei all’angolo e vide una cosa non bella.
La scala mobile era immobile.
Lasciò la valigia e si mise a saltellare sul primo gradino, che magari era di quelle scale tecnologicamente avanzate e a risparmio energetico, una di quelle scale che partono solo quando ci va su qualcuno e non stanno a girare a vuoto per secoli se nessuno le vuole usare, scale con una buona considerazione del proprio posto nel pantheon tecnologico al servizio dell’essere umano, scale intelligenti.
Niente. La scala mobile non funzionava.
Tornò dal cane e pianse amaramente ancora un po’, aggrappata alla maniglia del trolley.
Doveva usare la scala normale, c’era poco da fare.
Doveva farsi coraggio e levarsi di lì, doveva cercare di uscire indenne da quel casino, doveva liberarsi di quell’ex amico dell’uomo, salire su un aereo e mandare tutti gli inglesi a stendere, insieme ai loro PETS giganti, ai loro verbi irregolari di merda e a quei cretini che fanno la guardia al palazzo reale con in testa dei cilindri rivestiti di pelo di gorilla.
Scemi pagliacci, imparare l’inglese un cazzo! Il dialetto locale bisognava insegnare a scuola, altro che le lingue straniere.
Si girò di schiena e iniziò piano piano a tirare su la valigia con due mani, un gradino dopo l’altro, con una lentezza da scarabeo stercorario che sospinge una colossale montagna di merda su per un calanco d’argilla. Dopo sei gradini, coi deltoidi che le bruciavano, la fatica aveva quasi cancellato la preoccupazione e la paura per quello che avrebbero detto i coniugi di marzapane, perchè era chiaro che quella maledetta rampa di scale l’avrebbe annientata. Non le interessava più niente e la tensione nervosa le aveva irrigidito tutto un muscolo del collo. Se voleva guardare verso sinistra, doveva girare il busto, come Steven Seagal.
Le facevano male le mani, ma doveva continuare, doveva salire. Piegò le ginocchia per dare l’ennesimo strattone alla valigia, quando due metri più sotto apparve un giovanottone che le sembrò automaticamente gentile.
Era un bel tipo, con un fisico massiccio da pompiere coraggioso, di quelli che non si fanno pregare quando c’è da lanciarsi in un palazzo in fiamme ma anche disposti a tirare giù da un albero qualche adorabile gattino coglione.
Giovanottoni forti e decisi, dal cuore d’oro. Amici dei gattini.
Per quel che ne sapeva, aveva incontrato Clark Kent, ma con una pettinatura più credibile e dei lineamenti meno ordinari, anche perchè non si era mai capacitata di come nessuno fosse mai riuscito a riconoscere Superman, visto che tutta la fatica che faceva per camuffarsi era togliersi gli occhiali e portare dei mutandoni blu sopra il resto dei vestiti. Mutandoni, ma erano blu o rossi?
In mezzo a tutto questo, la ragazza sentì una voce lontana.
Hai bisogno di una mano, per caso?
Non ci poteva credere. Aveva bisogno di aiuto da quando si era svegliata. Aveva più bisogno di aiuto di tutti i colerosi dell’Uganda e di tutti gli spazzini di Napoli messi insieme.
Le sarebbe piaciuto rispondere con genuino entusiasmo, ma quel che riuscì a dire somigliava di più a un eh… aaaah….lire.
Scusa?
Saaah…lire, uggesù.

Il ragazzone le sorrise e senza ulteriori indugi iniziò a trascinare la valigia verso la vetta.

Un miracolo, in un oceano di sfiga. Esisteva un’entità superiore che tutto vede e tutto può, qualcuno che aveva sentito le sue grida disperate e che aveva inviato un emissario capace di porre rimedio a storture e ingiustizie. Qualcuno che sconfiggesse i cattivi.
La ragazza era commossa, traboccante di gratitudine per quel giovanottone. Sentì di volerlo sposare, in una cerimonia semplice, magari in un posto bucolico, un granaio di campagna, con il sole che filtra tra le assi di legno e la gente seduta su panche decorate con fiocchi fatti di iuta colorata, coi declivi verdeggianti sullo sfondo, che splendono sotto il limpido balenare di un cielo turchese, solcato da formazioni perfette di cinguettanti rondini in volo. E magari anche qualche coniglio nano, qua e là, giocondi coniglietti fulvi, lasciati liberi di scorrazzare tra parenti e amici e magari anche tra i piedi degli sposi. Cazzo, il coniglietto che ruzzola tra i piedi degli sposi è quasi un siparietto da commedia romantica, lei e lui, lui e lei, loro e il coniglietto pasticcione… composte ma sincere risate in sottofondo, cerimonia che si interrompe un attimo, nonne che si asciugano con discrezione le lacrime all’angolo dell’occhio.
Persa in questa e molte altre considerazioni, la ragazza seguì il giovanottone su per la scala, convinta che un prete li stesse attendendo alla sommità della rampa.

Ma cosa c’è dentro?
Eh?
Cosa c’è. Cosa c’è, in questa valigia? Dentro. La valigia.
Aaaaah… eh, un sacco di roba sai…

Non poteva dirglielo. A nessuno si poteva dire una cosa simile.
C’è dentro un alano morto, giovanottone, e te ne parlo solo perchè Dio ha voluto farci incontrare, così, in questa stazione, e anche perchè passeremo la vita insieme e trovo scorretto mentirti dal primo istante. In questa valigia c’è l’alano morto dei Marzapane, loro figlio. Si chiamava Winston, giovanottone, ed è tutta colpa mia. Lo sto portando da un veterinario stagista. Che poi, al di là dell’incresciosità di tutto questo e se proprio vogliamo parlarne, non capisco che bisogno di ci sia di avere il veterinario all’altro lato della città, insomma, quando una persona sta male vuoi il medico che può arrivare in un attimo, mica stare lì ad aspettare che doppi il Capo di Buona Speranza mentre stai morendo, e allora anche con gli animali dovrebbe essere così, hai il gatto che ti vomita per casa, cosa fai, lo guardi mentre squaglia croccantini sull’unico tappeto superstite, no, lo metti in una sporta di plastica del supermercato, la chiudi bene e lo porti dal veterinario, che è dietro l’angolo, dove dovrebbe essere, perchè solo se è dietro l’angolo ti può aiutare davvero, solo se è dietro l’angolo può salvare te, il gatto e il tuo arredamento, perchè se no tanto vale, allora affidiamoci al servizio sanitario nazionale, ai salassi, alle sanguisughe e via così, possiamo tornare a vivere nei boschi e nelle spelonche, come cacciatori e raccoglitori, perdio… o giovanottone.

La ragazza però non gli disse nulla di tutto questo. Perchè non si racconta a nessuno di dover issare il corpo senza vita di un alano fuori da una metropolitana priva d’infrastrutture. Una metropolitana diroccata.

Così, decise di mentire.
Guardò per terra, come faceva sempre quando si inventava palle colossali, e gli disse distrattamente che stava iniziando un trasloco e che nella valigia c’era la WII, la pedana della WII per lo yoga, una tv piatta, il phon, un tostapane, dei DVD e il wok che le aveva regalato sua sorella quando si era invasata col cibo biologico. E forse anche un candelabro.

A quanto pare, si sarebbe sposata con un forzuto e rapidissimo ladro di cani morti.

————————

Federica. Ti offrirò da bere. Era troppo bella per non farci niente.

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4 Risposte to “L’alano”

  1. Davide Licordari 13 giugno 2011 a 22:17 #

    c’è un nonsocchè di romantico in tutto ciò. e c’è anche un cattivo olezzo di cane. morto. che poi, sarà peggiore la puzza di cane morto o quella di cane bagnato?

    • plexyglassprincess 14 giugno 2011 a 17:06 #

      Puzza di cane che sprofonda in una palude. Ma proprio vince a mani basse, è un altro sport.

  2. gioska86 14 giugno 2011 a 10:58 #

    Mi viene da piangere. Mi viene troppo da piangere!

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