Hereafter, mortali sbadigli al grido di “ma anche no”

11 Gen

Clint Eastwood ha strizza di morire, secondo me. Ha proprio una paura blu. La cosa che mi perplime è però un’altra… e mi pare abbastanza lampante. Se in quel gran bel film che era Gran Torino il legittimo e sacrosanto terrore di scivolare nell’oblio era affrontato con dignità e ben poca polvere sul cappello da vecchio cowboy, in Hereafter il cappello scivola ben più in basso… giù, giù, ancora un po’ più giù, fino a coprire il bassoventre, con una mestizia da spezzare il cuore. Che cavolo è capitato in questo esiguo lasso di tempo? Cos’è questo disarmante abbassamento di braghe? Santo cielo.
Purtroppo, Hereafter è un polpettone moscio, di quelli insipidi  e un po’ immotivati. Dice un po’, ma non troppo. Prende posizione, ma con fastidiosa cautela. Vuole metterci di fronte allo spaventoso abisso, ma senza farci avvicinare troppo al ciglio. Insomma, sembra la pavida trasposizione cinematografica del concetto dell’elephant in the room. Elefante morto, per restare in tema.

Il film inizia con lo tsunami – e la scena di distruzione è davvero riuscita – che trascina via una giornalista francese in vacanza. La nostra sopravvive per un pelo, dopo aver preso craniate violentissime contro gli oggetti più disparati – possiamo ricordare una barca a motore, almeno sette tronchi, una piroga e tre animali ruminanti – ed aver trascorso qualche tempo a fluttuare in un limbo di luce, popolato da sagome nullafacenti e serene. Da qualche parte a San Francisco, anche Matt Damon è in grado di vedere questo luogo fuori dallo spazio e dal tempo. È un uomo tormentato, un po’ come Spiderman. Non riesce a sopportare il peso di questo potere, l’assedio della gente che non vede la gente morta ma che invece vorrebbe tanto vederla. E lui che la vede, la gente morta, non ne può più, non sopporta tutti questi parenti che gli chiedono di parlare coi propri defunti, tutte queste lacrimevoli confessioni e l’insistenza di chi non riesce a rassegnarsi. Insomma, Matt Damon  è sempre in mezzo ai morti e non riesce più a godersi la vita. Che fare? Semplice, il riluttante sensitivo butta dentro, va a fare il magazziniere e si iscrive a un corso di cucina italiana. Da un’altra parte in Inghilterra, invece, due fratellini gemelli mangiano cocopops mollicci e cercano di tenere alla larga una coppia di solerti assistenti sociali. Perchè mamma si droga, ma noi abbiamo un cuore grande così e la aiuteremo. E non è che se la cavino male, almeno finchè uno dei ragazzi – quello sveglio – viene investito da una macchina e ci resta secco.
Insomma, l’imbastitura delle tre vicende – che come anche i sassi sanno, si aggroviglieranno nel finale, a Londra… o a Cirò Marina, fa lo stesso – è promettente. Non si sa poi perchè, ma il film si squaglia in una palude di pallosità e piattume e tu stai seduta lì e ad un certo punto ti rendi limpidamente conto che non te ne potrebbe fregare di meno. Ma manco se improvvisamente Matt Damon prendesse il tè con Godzilla e un koala in tutù, riusciresti a scuoterti da quanto non te ne stracci nulla. Per dire, saresti più soddisfatta davanti a un documentario su animali ovvi, tipo la gallina. O il cane.
In sintesi.
Clint. Non ho un cuore di pietra, ma piangere, non ci hai fatto piangere. Pensare, non ci hai fatto pensare… ci hai messo troppi luoghi comuni. E la luce bianca, e i sentimenti che sbocciano in un invincibile affastellarsi di coincidenze, e i “sarò sempre con te anche se non mi vedi”, e l’amore che vince sull’invidia e sull’odio.
Insomma, mi spiace dirlo, ma questo Hereafter è una discreta e bolsissima boiata.

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Una Risposta to “Hereafter, mortali sbadigli al grido di “ma anche no””

  1. lamaestra 6 febbraio 2011 a 22:31 #

    come hai ragione. alla pizza dopo il cine sono praticamente venuta alle mani con un amico di amico che sosteneva che certo clint è sempre cosi profondo. ma profondo che cosa? IL finale mi ha fatto venire voglia di chiedre i soldi indietro al botteghino.
    invece strepitoso il discorso del re e terrificante another year. baci

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