Con le piante non ci ho mai parlato. Parlo da sola, parlo coi piccoli animali, parlo con la gente e pure con le macchinette che iniziano una conversazione con me, tipo quella dei biglietti del treno e il casello meccanico dell’autostrada, ma non ho mai detto un bel niente a un fiore o a una pianta. Amore del Cuore aveva moltissime piante secche e desolate, ma salutarle quando ci si passava davanti sul ballatoio non è che aiutasse poi molto: sono rimaste secche, e basta. E anche da piccola, quando Madre s’era presa bene con l’orto in campagna, venivo utilizzata solo tangenzialmente nella grandiosa opera di crescita delle verdure. Non mi facevano innaffiare o legare i pomodori storti agli stecchini di legno, mi facevano strappare le erbacce infestanti… che va bene, era un’attività benefica per le nostre zucchine e la nostra lattuga, ma nociva per l’erbaccia che dovevo estirpare. Facevo del male a un gruppo di vegetali per farne prosperare degli altri, insomma, le mie caparbie manine erano strumenti di devastazione, anche se lo scopo finale – mangiare l’insalata super biologica – non era oggettivamente malvagio.
Visto che non strappo un’erbaccia da una quindicina d’anni e che mi sento di aver espiato ogni tipo di crimine contro il regno vegetale, mi sento pronta alla riabilitazione e, con grande risolutezza, ho deciso di schierarmi impettita tra le fila dei coltivatori di flora. Combatterò in silenzio, perchè continuo a pensare che sia cretinissimo parlare con della roba che vive in un vaso, ma cercherò di fare del mio meglio.
E dove sfogare tutti questi buoni propositi? Dove verificare il potere del mio pollice, che non si sa ancora se sia verde o cosa?
Per tutto questo, ci sono i prati a stella.
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